IL LIBRO

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Della Filosofia e dei Gatti - Sgarbi F. (Mursia)

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domenica 1 febbraio 2009

KONRAD LORENZ E IL GATTO LEALE


Alcune considerazioni che l'etologo Konrad Lorenz, nel suo L’anello di re Salomone, propone contro le stereotipo della falsità felina...

"Una delle tante idiozie assurte a dignità proverbiale - e contro le quali la scienza vanamente si batte - è l'o­pinione che i gatti siano falsi.

E’ escluso che il gatto si sia procacciato questa fama per il modo circospet­to con cui si accosta alla preda, perché anche le tigri e i leoni usano la stessa identica tattica. D'altra parte al gatto non si rimprovera di essere sanguinario, ben­ché, al pari di quegli altri animali feroci, anch'esso uccida la preda mordendola. Non conosco alcun comportamento specifico del gatto per cui lo si potrebbe definire « falso», magari a torto, ma con una qualche plausibilità.

Sulla faccia di pochi animali, il conosci­tore può in ogni momento leggere così chiaramente lo stato d'animo come del gatto: si capisce sempre ciò che gli passa per la testa e, sempre, si può sapere quel che ci si deve attendere da lui il prossimo istante. Co­me è inconfondibile la sua espressione di fiduciosa cordialità, quando volge all'osservatore il suo muset­to liscio con le orecchie dritte e gli occhi bene aper­ti, come si traduce immediatamente nella mimica dei muscoli del muso ogni ondata di eccitazione, ogni mo­to di paura o di ostilità!

Nel gatto che ha mantenuto i colori della forma selvatica, la striatura del muso ren­de ancor più evidenti i lievi movimenti della pelle aumentando così l'intensità espressiva della mimica ed è questa una delle ragioni per cui io preferisco, a tutti gli altri, il gatto tigrato, che ha ancora i colori della forma selvatica: basta un minimo cenno di diffidenza, ancora ben lontano dalla paura e i suoi oc­chioni innocenti si fanno un po' lunghi e obliqui, le orecchie abbandonano la loro posizione eretta e «affettuosa», e non occorrerebbero neppure le sotti­li variazioni della postura e le oscillazioni della pun­ta della coda per avvertirci deI suo cambiamento dì umore.

E come sono espressivi i gesti di minaccia del gat­to, come si differenziano radicalmente secondo l'og­getto cui essi si rivolgono, secondo che si tratti di un uomo amico che si è preso un po' troppa confiden­za, o di un vero, temuto nemico. Ma sono anche mol­to diversi se si tratta di una minaccia puramente di­fensiva, oppure se il gatto, sentendosi superiore all'avversario, gli annuncia la sua intenzione di aggre­dirlo. E non manca mai di farlo: a parte gli esempla­ri psicopatici, infidi e folli, che tra i gatti di razza molto selezionata non sono più frequenti che tra i cani di pari condizioni, il gatto non graffia e non morde mai senza prima aver messo seriamente e chiaramente in guardia l'offensore, e anzi di solito, subito prima dell'attacco, si assiste a un improvviso aggravamento dei gesti di minaccia, che già erano andati facendosi sempre più decisi. E come se il gatto volesse in questo mo­do notificare un ultimatum:

«Se non la smetti imme­diatamente, sarò costretto mio malgrado a passare alle rappresaglie!».

Di fronte alle minacce di un cane o, in genere, di un grosso animale da preda, il gatto notoriamente risponde inarcando la schiena: la gobba, assieme al pelo arruffato del dorso e della coda (che viene tenuta un po' obliqua), lo fanno apparire al nemico più grosso di quanto non sia in realtà, tanto più che esso offre un poco il fianco all'avversario, in un atteggiamento che è simile a quello di «imposizione» di alcuni pe­sci. Le orecchie sono appiattite, gli angoli della boc­ca tirati indietro, il naso arricciato. Dal petto della bestia sale un lieve brontolio metallico che suona ter­ribilmente minaccioso, e che dì tanto in tanto, men­tre si fanno più profonde le increspature del naso, si trasforma in quel caratteristico “soffiare”, fatto di sbuffi emessi a fauci spalancate e con i canini bene in evidenza. In sé questa mimica minacciosa ha in­tenzioni indubbiamente difensive, e la si osserva per lo più quando un gatto si trova di fronte a un grosso cane, inaspettatamente, cioè senza aver avuto la possi­bilità di fuggire. Se però questo continua ad avvici­narsi nonostante l'avvertimento, il gatto non fugge, se viene superata una determinata « distanza criti­ca», si avventa sul cane aggredendolo al muso, e cer­ca di colpirlo con le grinfie e coi denti nei punti più delicati, possibilmente agli occhi e al naso. Se l'avver­sario retrocede anche per un solo istante, di solito il gatto approfitta di questa minima pausa per fuggire, quindi il breve assalto non è che un mezzo per togliersi dai pasticci.

In un unico caso il gatto continua a mantenere aggressivamente la schiena inarcata: quando si tratta di una madre che crede i suoi piccoli minacciati da un cane. In questi casi la gatta si avventa sul nemico an­che da una distanza maggiore, e siccome mantiene la sua posizione inarcata e obliqua, essa è costretta muoversi in un modo assai singolare: galoppa ver­o l'avversario in direzione trasversale al proprio asse longitudinale.

In un maschio adulto non ho mai osservato un simile comportamento se non nel giuoco e del resto il gatto non si trova mai nella necessità di dover aggredire in questo modo un nemico a lui superiore. Invece, nelle femmine che allattano, un attacco in posizione trasversale significa sempre un coraggio disperato e deciso anche al sacrificio estremo e in queste circostanze anche la più mite gattina viene quasi invincibile. Di fronte a un simile attacco ho visto capitolare e fuggire anche dei grossi cani che erano famigerati uccisori di gatti. Ernest SetonThompson descrive molto vivacemente un episodio del genere, assai divertente e certo accaduto davve­ro: nel parco di Yellowstone una gatta che mise in fuga... un orso, inseguendolo finché questo, spaventatissimo, finì per arrampicarsi su di un albero!
Ancora diversa, e accompagnata questa volta da gesti di sottomissione, è la minaccia che il gatto rivolge a un uomo amico che lo ha eccessivamente seccato. Questi atti di minaccia repressi e coperti da gesti di sottomissione imploranti grazia si possono osservare spesso nelle esposizioni, quando gli animali che si trovano in ambiente estraneo devono lasciarsi toccare da sconosciuti, per esempio i membri della giuria. Se in queste circostanze il gatto si spaventa, esso si piega sempre più fin quasi ad appiattirsi al suolo con il corpo. Con le orecchie minacciose schiacciate,
la coda eccitata che distribuisce frustate a destra e manca, il gatto, se è molto agitato, a volte si mette persino a ringhiare. Quando si trova in questo stato d'animo l'animale cerca sempre una copertura alle spalle, si infila come un fulmine dietro un armadio, in un caminetto, o sotto il calorifero, e se non riesce a raggiungere un riparo del genere, si stringe almeno con­tro la parete, sempre in modo da volgere ad essa le spalle e da appoggiarvisi contro in posizione obliqua.
Perfino quando, tutto spaventato, deve starsene sul tavolo di fronte alla giuria, esso si mette in questa po­sizione, che indica la sua minacciosa disposizione ad aggredire con una delle zampe anteriori. Quanto più cresce la paura, tanto più obliqua è la posizione dell'a­nimale, che alla fine solleva una zampa con gli artigli sfoderati. Se il terrore diviene ancora più grande, la reazione di difesa giunge all'estrema disperata misu­ra di cui dispone il gatto, quella di rivoltarsi sulla schiena volgendo tutte le sue armi contro il nemico. In questi casi perfino il buon conoscitore dei gatti resta stupito della tranquillità con cui gli esperti giudi­ci prendono in mano l'animale che, pronto ad aggre­dire con gli artigli e coi denti, emette quel suo inter­mittente brontolio; eppure, anche se con tutto il suo atteggiamento il gatto intende inequivocabilmente di­re: «Non toccatemi, altrimenti morderò e graffierò», al momento decisivo esso non lo fa, oppure lo fa sol­tanto debolmente, in modo inibito. Anche in queste difficili condizioni funzionano le inibizioni acquisi­te della «graziosa» tigre addomesticata!

Dunque, il gat­to non cerca di apparire dapprima cordiale, per poi mettersi, improvvisamente, a mordere e a graffiare, ma con le sue minacce cerca di sottrarsi alle molestie dei giudici che, dal suo punto di vista, sono insopportabili.

­Eppure non ha il cuore di mettere veramente in atto tali minacce.

E questa dunque la cosiddetta «fal­sità» del gatto?

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